5 motivi per cui dovresti iniziare a scrivere

Scrivere è per molti una passione, par altri una condanna, spesso legata agli anni della scuola o l’Università in cui eravamo costretti a riempire pagine di fogli bianche con nozioni che avevamo faticosamente appreso con più o meno piacere.

La scrittura certo non si improvvisa e non sono qui per dare consigli su cosa o come scrivere, tuttavia vorrei condividere con voi alcuni motivi per i quali dovresti vedere la scrittura come un piacevole sfogo e un modo unico per comunicare, finendo (forse) per innamorartene.

1- Scrivere ti permetta di fare ordine fra le idee

Tante volte succede che facendo ordine nella nostra stanza ci capita di trovare qualcosa che pensavamo di aver dimenticato o perduto da qualche parte.
Con la scrittura è uguale: alle nostre idee serve un certo rigore per essere trovate o semplicemente rispolverate dopo averle abbandonate in qualche meandro della mente.
Scrivendo ci abituiamo a mettere in ordine le nostre idee in un pensiero razionale e coerente, molto spesso rileggendo ciò che scriviamo capita di notare particolari a cui non avremmo fatto caso se ci fossimo affidati alla nostra immaginazione.
È un po’ come essere dentro un labirinto e improvvisamente sollevarsi e volare, oltre quelle siepi che ci offuscavano la vista, per osservare il percorso dall’alto e vedere chiaramente la strada che dobbiamo seguire per trovare l’uscita.



2- Scrivere ti regala le chiavi per il tuo mondo personale

In quanti di noi si sono persi a fantasticare ad occhi aperti un mondo parallelo in cui le cose sono esattamente come le immaginiamo? 
Ebbene, scrivendo quelle immagini potranno prendere magicamente vita, fra le parole ci sono montagne verdi, fra le righe del tuo testo si potranno scorgere quelle cascate mozzafiato che fanno da arcobaleno a un castello incastonato fra le rocce.
E senza volare troppo con la fantasia, scrivendo puoi dare una forma concreta alle tue idee, divulgarle in modo chiaro e scorrevole, facendole scorrere come un fiume diretto al mondo esterno.



3- Scrivere ti fa conoscere un’altra parte di te

Chi si avvicina alla scrittura per la prima volta spesso si trova a fare i conti con la parte più riflessiva di sé che non conosceva, quella più profonda che, costretta a concentrarsi nel momento magico in cui le idee si trasformano in parole, vede quel fluire come un qualcosa di estraneo ma incredibilmente attraente.
È facile innamorarsi di ciò che si scrive, ma bisogna fare attenzione a mantenere la nostra anima critica viva, per non cadere in un pericoloso “narcisismo letterario”.
Narcisismo che si trasforma in curiosità quando si comprende il potenziale del nostro riflettere sulle idee che prima osservavamo con sincera devozione e ora invece selezioniamo accuratamente come un cercatore d’oro scarta le pepite di poco valore.



4- Scrivere ti rende responsabile delle tue idee

Il famoso proverbio latino verba volant, scripta manent è la sintesi perfetta di questo punto.
Scrivendo abbiamo la possibilità di diffondere in modo rapido e diretto le nostre idee, i nostri pensieri circa uno specifico argomento o semplicemente le nostre storie.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” direbbe lo zio Ben al nipote Peter Parker, alias Spiderman. E in effetti gli scrittori sono un po’ dei supereroi armati di penna, una penna che tante volte può veramente ferirne più che una spada. Per questo scrivere offre la chance di responsabilizzarsi e diventare “maturi” idealmente parlando, ovvero mettere sulle spalle onori ed oneri di ciò che decidiamo di portare alla luce con le nostre parole.
Una responsabilità quasi scontata, ma non per tutti.


5- Scrivere ti rende libero.

C’è poco da dire, poche cose come la scrittura sono sinonimo di libertà, da quando ci si batteva per combattere l’analfabetismo alle lotte contro le tirannie per la libertà di stampa.
Gli ideali romantici quando si parla di scrittura si sprecano, ma al giorno d’oggi in Italia parlare di libertà vuol dire anche parlare di scelta. Scelta di metterci la faccia e dire la nostra con un articolo su un blog, una poesia, una canzone, un libro o un racconto breve, anche con un murales.

Scrivere ti rende libero perché poche cose ti regalano l’ebrezza di vedere le tue idee prendere forma e poterle condividere con il mondo, sentirle apprezzate o, al contrario, criticate. 
Scrivere ti rende libero perché nulla al mondo vale come la forma delle tue idee, e il padrone sei tu, con le tue parole, le tue figure retoriche e il tuo stile.

Scrivere ti rende libero perché, in fondo, non c’è nulla come scrivere.

Articolo scritto da Andrea Caenazzo.

La Sicilia de ‘Il Gattopardo’

Nel mondo, ‘Il Gattopardo’ è uno dei romanzi della letteratura italiana più famosi.
Il
capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, edito nel 1958- quando l’autore era già morto da un anno- propone al lettore uno spaccato della Sicilia di fine Ottocento, in un momento storico particolarmente turbolento della storia del sud Italia: l’arrivo di Garibaldi nel Regno delle Due Sicilie e il collasso della casata dei Borbone.

Non c’è un italiano che non conosca una delle frasi-chiave del libro, benché, magari, non ne sappia attribuire espressamente la paternità all’opera di Tomasi.

Parafrasata, la conosciamo più o meno così: cambiare tutto per non cambiare niente. In realtà, la frase esatta, leggendo il libro, sarebbe ‘Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi’ ed è diventata la spiegazione migliore, concisa ma migliore, dell’immobilismo politico del nostro Paese, anche a distanza di decenni dalla scrittura di questo libro.

Un modo di fare politica che ormai è conosciuto anche all’estero. Il libro non ha bisogno di riassunto. Per chi non ne ha letto la versione cartacea, resta sempre la meravigliosa trasposizione cinematografica del 1963, quello con la famosa scena del ballo con la coppia Alain Delon-Claudia Cardinale, che sono il Tancredi e l’Angelica del libro.
Piccolo appunto, se vi capitasse di leggere il romanzo.

Noterete che il personaggio che giganteggia è quello del Principe Fabrizio Salina (nel film interpretato da Burt Lancaster), figura mitica al pari di quella del gattopardo, il felino africano (esiste veramente) rappresentato sullo stemma della casata Salina e, nella realtà, della casata dei Tomasi di Lampedusa. Il Principe Salina è stato plasmato sulla figura reale del bisnonno di Tomasi di Lampedusa, Giulio Fabrizio Tomasi.



Il romanzo di Tomasi Di Lampedusa, Il Gattopardo

I luoghi del Gattopardo

Può un lettore visitare la Sicilia, o almeno parte di essa, ripercorrendo i luoghi magici del Gattopardo? La risposta è si e più sotto possiamo leggere le tappe fondamentali di questo viaggio sospeso tra passato e presente.

Santa Margherita di Belice, Agrigento

Parco letterario e Museo del Gattopardo

Il Parco letterario e Museo del Gattopardo è incentrato interamente sulla figura e sulle opere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Museo ha sede nel Palazzo Filangeri-Cutò, edificio di proprietà della famiglia della madre di Tomasi di Lampedusa, che qui ci trascorse tante estati della sua infanzia. Su dichiarazione stessa dello scrittore, si evince che l’edificio sia stato il modello per il Palazzo di Donnafugata, il feudo di villeggiatura estiva del Principe Salina.
Il feudo di Donna fugata, invece, aveva avuto come modello il borgo di Palma di Montechiaro.
Il Museo espone lettere, foto d’epoca e altri oggetti appartenuti allo scrittore, in particolar modo la copia autentica dell’originale manoscritto e del dattiloscritto de Il Gattopardo, donato dal figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi.

Palma di Montechiaro, Agrigento
La fondazione di Palma di Montechiaro risale al 3 maggio 1637 ed è legata a doppio filo alla dinastia dei Tomasi, tra capitani d’arma arrivati al seguito di Marcantonio Colonna e duchi che avevano preferito la vita monacale.
La storia della famiglia, scritta più nel dettaglio, la trovate nella apposita sezione del comune di Palma di Montechiaro.


Giuseppe Tomasi visitò Palma nell’estate e nell’autunno 1955. La sua famiglia non aveva più beni immobili ed erano lontani i tempi in cui i Tomasi erano stati i signori di queste terre, ma godevano ancora di molto rispetto, tanto che fu oggetto di una accoglienza calorosissima.
Palma venne assunta come modello per il feudo di Donnafugata. Lo testimonia, nel libro, anche l’episodio della visita del Principe Fabrizio al Monastero Benedettino, edificio realmente esistente del paesino

La Chiesa Madre
Nel romanzo è alternativamente chiamata Chiesa Madre e Duomo.
Uno dei più splendidi esempi di arte barocca siciliana, si trova alla sommità di una lunga scalinata, di cui si accenna pure nel libro.

Monastero delle Benedettine
Il Monastero fu edificato negli anni 1653-1659, frutto della trasformazione di quel Palazzo Ducale che era stata la prima dimora dei Tomasi a Palma.
Qui si ritirarono in convento le figlie e la moglie di Giulio Tomasi (fratello di Carlo, il primo duca di Palma) tra cui Isabella Domenica, oggi venerata con il nome di Suor Maria Crocefissa della Concezione, a cui fa riferimento lo scrittore quando parla della Beata Corbèra e il relativo episodio della “lettera del diavolo”, una missiva scritta in caratteri incomprensibili, in realtà oggi decifrati, conservata all’interno del convento.

Una strada che profuma di letteratura.
Da Agrigento passa anche la S.S. 640, la cosiddetta ‘Strada degli Scrittori’.

Si tratta, in realtà, di un grosso circuito turistico che intende promuovere tutta la filiera eno-gastronomica, l’ospitalità alberghiera ed extra-alberghiera, le eccellenze culturali e i tesori naturalistici della Sicilia.

La strada è dedicata a Pirandello, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Camilleri, Russello e Pier Maria Rosso di San Secondo.

Articolo di Katia Pisani.

Leggi gli altri articoli della rubrica ‘Letteratura & Viaggi’:
VIAGGIO NELL’ISOLA DI MONTECRISTO
QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO… I LUOGHI DE ‘I PROMESSI SPOSI’

Mia Cara Sicilia…

Cara Sicilia,

scrivo questa lettera per dirti che ci vuole coraggio andare via da te, ma credimi ci vuole molto più coraggio a restare.
Ho pensato di fare la valigia un milione di volte, inizialmente pensi che una sola non basti, vorresti portarti tutto: amici, affetti e qualcosa buona da mangiare, perché non si sa mai.

Poi, con gli anni ti rendi conto che la valigia si fa sempre più piccola, qualche ricordo, un po’ di speranza, dei maglioni per il freddo (a cui non siamo abituati) e tanto tanto coraggio.
Credimi è una valigia pesante, nonostante questo è più facile da trascinare per il mondo rispetto al rimpianto di una vita sprecata.

Si, sprecata. Perché c’è solo una vita e non si può vivere sperando che le cose cambiano. Si va via da una terra che “potrebbe” ma “non è”, che “vorrebbe” ma ”non può”. Si preparano valigie ogni qual volta si sente dire “è stato sempre così…”, si preparano valigie ogni volta che invece di meritarsi qualcosa ci si accontenta, perché “tanto le cose non cambiano” perché la meritocrazia qui non esiste. Tante volte ti ho accusato di non meritarmi e tu in silenzio da brava madre mi hai lasciato sfogare. Tante volte ho detto “il mare non mi basta più…”, “Tu, non mi basti più… “Tu, non capisci questa voglia mia di fare e questi muri chiusi ovunque” e tu mi hai mostrato un mare calmo ed un vulcano in eruzione.

Io, che mi fermo per strada a fare una fotografia, io che scrivo di te per sentirti ancora mia. Io, che ogni tanto ho bisogno di andar via da qui e tu mi lasci fare… forse perché sai che poi da “brava figlia” ritorno da te… sempre a casa… con l’aria di chi ha visto il mondo e vuole insegnarti ad essere genitore.

Cara Sicilia, ti ho rimproverata di essere “chiusa e bigotta” e tu mi hai mostrato i testi di Pirandello e Camilleri, di essere sempliciotta e tu mi hai mostrato il barocco e la caponatina, di non essere fertile ed hai fatto fiorire le ginestre, di non farcela e mi hai mostrato la tua storia. Vorrei incolparti per tutto quello che non va, perché a volte è l’unica cosa che sappiamo fare noi figli.

La verità è che sì, forse vivere qui è diverso, si dà di più rispetto a ciò che se ne ricava.

E’ una realtà scomoda con cui bisogna fare i conti ogni giorno. Ma tu non c’entri nulla e per capirlo mi è bastato andare oltre l’isola. Il problema non sei tu, il problema siamo noi. Noi che pensiamo di possedere il mondo e che questo oggi non possa cambiare. Il problema non sei tu, il problema è la società che invece di darsi da fare per cambiare le cose, preferisce i luoghi comuni perché semplicemente è più comodo per TUTTI. Da Nord a Sud, da Est a Ovest.

A volte penso che il nostro è un odio e amore, ma in fondo si sa che la fine dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza, ed io non riesco ad esserlo. Io non mi arrendo, che sia qui o dall’altro lato del mondo poco importa, perché accontentarsi, non fa per me.

Ma tu? Che ne sarà di te?

Mia cara Sicilia, hai perso “i cervelli” in fuga per il mondo ma forse qualche sognatore c’è ancora…

Mia cara Sicilia, ti chiedo scusa se a volte ti ho fatto credere di non essere abbastanza.

Con affetto Vanessa

Articolo scritto da Vanessa Occhione

Alcuni scatti della nostra Sicilia…

E dopo che facciamo?

“E dopo che facciamo?” Quante volte hai pronunciato questa frase?

Magari avevi finito di fare la doccia e hai detto a voce alta: “ Ho quasi finito, e dopo che facciamo?” oppure hai dei figli e ti senti ripetere costantemente, “Mamma, Papà, e dopo che facciamo?” o sei proprio tu il figlio o la figlia che lo chiede.

Oppure era un sabato o un venerdì sera e nella chat di gruppo con gli amici è uscita la domanda “E dopo che facciamo?”

Già, una semplice frase racchiude un’infinità di possibilità.

Questo “dopo” apre l’orizzonte a qualcosa che in realtà non sappiamo bene neanche noi. In questi mesi abbiamo espresso tanti desideri, una lista infinita di “poi vorrei…”, e adesso?

Ecco adesso abbiamo una lista e una vita per poterla realizzare, con le dovute accortezze e precauzioni, rispettando le norme, con attenzione e cura per noi e per i nostri cari, ma il “dopo” è arrivato o manca qual tanto che basta per ricominciare a sognare. E come ogni nuovo arrivo mette un po’ paura.

Non siamo più le stesse persone che eravamo due mesi fa, non lo saremmo state comunque, perché in ogni giornata può accadere qualcosa che ci cambia e ci trasforma, ma adesso, adesso siamo tutti un po’ cambiati.

La condivisone di un momento critico che è stato lo stesso per ognuno di noi, ci ha portati a cambiare. Certo ognuno lo ha vissuto a modo suo.

Ma a casa c’eravamo tutti, chi era in preda all’isteria del lievito madre, chi con la scusa delle passeggiatine clandestine ha continuato a fare come voleva, chi invece ha avuto più di una volta il desiderio di lanciare il computer durante lo smartworking, chi aveva l’ansia delle lezioni online, chi ha avuto gli esami a distanza, oppure tutti quelli delle lauree non festeggiate, dei compleanni in solitaria, chi ancora ha avuto l’ansia degli amori appena nati perché chissà se avrebbero resistito alla quarantena, o quelli degli amori appena finiti che hanno contribuito a rendere le giornate più pesanti, chi ci è andato pesante con l’alcol perché per un secondo allontanava i pensieri, chi ha letto libri, chi ha visto i film e le serie tv che non aveva mai avuto il tempo di vedere, le abbiamo iniziate e adesso quando le finiremo?

Dopo che faremo? Come ricominceremo? A casa abbiamo ricostruito o distrutto noi stessi, le nostre convinzioni, e le nostre paure. E adesso?

Adesso ci siamo noi, con le nostre preoccupazioni e le nostre speranze, perché adesso c’è un Italia da ricostruire e tanto amore da ritrovare.

Abbiamo messo da parte la parola noi e adesso dobbiamo andare a riprenderla, ognuno a modo suo e con il giusto rispetto degli altri.

Io se potessi esprimere un desiderio, vorrei che adesso fossimo più consapevoli di quanto la presenza degli altri nelle nostre vite ci illumini e che se dobbiamo arrivare da qualche parte è più bello se ci arriviamo insieme. Ognuno con la sua peculiarità.

Perché ora sappiamo quanto vale quell’abbraccio che prima davamo con poca importanza, con abitudine e di fretta, senza darci peso.

Ora lo sappiamo quanto vale un bacio, una carezza, vedere il sorriso non solo negli occhi, ma nelle labbra, sentire la pelle, sentire l’amore.

Ora lo sappiamo perché è quello che ci è mancato e probabilmente che ci continuerà a mancare ancora un pò, ma adesso è il tempo di ricominciare a vivere come se fosse la prima volta, di innamorarci di nuovo della vita o di chi vogliamo come se non lo avessimo mai fatto, con rispetto, cura ed attenzione, perché ciò che c’è stato non si ripeta per colpa dell’avventatezza e del poco rispetto delle regole.

Quindi, dopo che facciamo? Io direi: Andiamo o vediamo come poterlo fare, ma non dimentichiamo!

Articolo di Agnese Torre.

Realtà e libri: Ciò che inferno non è. La mafia a Brancaccio.

Ciò che inferno non è” è il terzo un romanzo di Alessandro d’Avenia pubblicato nel 2015 da Mondadori. Il titolo è, per certi versi, molto ambiguo: cos’è l’inferno? Rispondere a questa domanda sembra complicato, perché chi non si è avvicinato al lato brutto della vita e della Storia non riesce a darle una risposta. L’autore però, attraverso le pagine di questo racconto, riesce a far vivere e conoscere la vicenda di Padre Pino Puglisi ai giovani e a descrivere appieno cos’è l’inferno e cosa invece non lo è.

Vi faccio un breve riassunto del libro per poi spiegarvi alcuni punti fondamentali.
Il libro racconta la storia vera del periodo antecedente l’uccisione di Puglisi

E’ estate e Federico, studente diciassettenne del liceo classico Vittorio Emanuele II, sta per partire verso Oxford per una vacanza-studio. Un giorno, però, Padre Pino Puglisi, il suo professore di religione, gli chiede se può aiutarlo con i ragazzi di Brancaccio prima della partenza.
Federico accetta e si ritrova ben presto in una nuova vita, che gli sembra estranea ma che lo riguarda da vicino. Tra le strade di Brancaccio, dove a comandare è Cosa Nostra, dovrà dare, insieme al suo professore, un’alternativa ai ragazzi che vivono per strada. Perché i bambini possono essere salvati dalla mafia solo offrendo loro un’alternativa.

Padre Pino Puglisi, soprannominato 3P

Attivista, educatore e professore, Pino Puglisi ha dedicato l’intera vita ad aiutare i figli dei mafiosi e i ragazzi abbandonati alla strada. Non ha mai cercato di riportare sulla giusta via quelli che erano già nel brutto giro della Mafia, ma cercava, attraverso giochi e attività di gruppo, di non farvi entrare i giovani che vivevano per strada e che vedevano i mafiosi come eroi. Puglisi è sempre stato un personaggio scomodo per la Mafia, perché con carattere buono e disponibile, il professore non ha mai abbassato la testa. Al contrario, ha sempre tenuto il sorriso sulla bocca e la testa alta, ha sempre guardato negli occhi il nemico senza mai averne paura e non si è mai arreso. Ha continuato, nonostante sapesse il rischio che stava correndo, a diffondere amore e rispetto. Anche nel momento dell’uccisione, e penso sia il punto più importante del libro, Puglisi, con tono calmo e con il sorriso addosso, ha guardato negli occhi il suo assassino e gli ha detto “Me l’aspettavo”. Perché lui sapeva che la morte lo avrebbe aspettato davanti all’ingresso della sua abitazione, ma non l’hai temuta. Il 25 maggio è stato proclamato beato sul prato del Foro Italico di Palermo. 

Il sorriso che ha fatto pentire un criminale

La cosa più sconvolgente della storia di Puglisi è che il suo assassino, Salvatore Grigoli, arrestato il 19 giugno 1997, poco dopo l’arresto iniziò a collaborare con la giustizia confessando 46 omicidi e intraprendendo un percorso di pentimento e conversione. Lui stesso disse che a farlo riflettere fu proprio il sorriso di Pino Puglisi. Incredibile come un sorriso possa fare pentire un mafioso… vero? L’amore che Puglisi ha donato a Brancaccio è stato tanto, non ha mai smesso di offrirsi al sociale. Il suo sorriso verrà ricordato per sempre anche dai mafiosi. 

Cos’è dunque l’inferno? L’inferno in questo libro è proprio la Mafia. “L’inferno è l’anestesia di non sentire più vivere ciò che è vivo”, perché la Mafia oscura tutto, è un mondo nero che toglie desiderio e vita alla realtà. Nel romanzo però non si parla mai di Brancaccio o di Palermo come luoghi da evitare, al contrario viene spesso detto che la Sicilia è un posto meraviglioso. Dai greci Palermo venne definita Panormus, che tradotto significa “Tutto porto” e, come inciso sotto la statua del genio di Palermo a palazzo Pretorio, “Panormus, conca aurea, suos devorat alienos nutrit – Palermo, conca d’oro, divora i suoi e nutre gli stranieri”. D’Avenia spiegò questa frase dicendo che Palermo è un porto per tutti, sia per chi vi abita sia per chi è straniero. 

Un geografo arabo scrisse di Palermo che fa girare il cervello a chi la guarda. Lo annoda su sé stesso, fino a slogarlo come un’articolazione. Tutto porto. Tutto abbraccia. E tutto stritola. […] In un porto non c’è spazio per la malinconia, chi ce l’ha la nasconde dove è bene che stia: nelle parole di cui sono fatte le storie. Tutto porto. Tutte storie. Tutte voci.”

La frase che più mi ha colpita di questo romanzo è “Ci sono posti in cui l’inferno non può arrivare, neanche all’inferno”. L’ho interpretata pensando al fatto che l’amore, tassello essenziale in questa storia, che lega Federico, Maria, Dario, Serena, Totò, Lucia e tanti altri, non può sempre essere intaccato dalla Mafia. L’inferno (la Mafia) certe volte non può arrivare ad uccidere l’amore neanche all’inferno (I quartieri di Brancaccio). Pino Puglisi ha insegnato che se lo si vuole davvero, si può trovare sempre un’alternativa all’inferno. Federico, innamorato di Lucia, cerca in tutti i modi di convincerla a vedere la vita con occhi consapevoli, ma i suoi occhi sono pieni di luce, di sogni, di amore e non riesce a cogliere completamente la tristezza in cui è immerso Brancaccio. 

Padre Pino Puglisi

Perché leggere questo libro?

Attraverso questo libro viene comunicata ai lettori un grande pezzo di realtà e di storia: la Mafia a Palermo. Leggerlo significa immergersi nelle vicende attraverso gli occhi del narratore che in questo caso coincide con l’autore. D’Avenia vive in prima persona tutto ciò che racconta, perché anche lui è stato alunno di Pino Puglisi e ha avuto la fortuna di conoscere il suo sorriso. Leggerlo significa rendersi conto, attraverso un libro, di ciò che accade nel mondo e di ciò che accade a causa della Mafia. Leggerlo significa capire che non sono Palermo o Brancaccio il problema, ma le persone che si fanno gli eroi ammazzando gli altri. Che sia Palermo, Brancaccio, Modena o Trieste, la Mafia non fa differenza: è sempre Mafia.

Articolo di Alessia Grasselli.

Il cielo tornerà ad essere blu, buon primo Maggio

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”

Parole testuali della nostra amata costituzione, scritta da cuori umani che hanno fatto la storia e che ci hanno lasciato una bella eredità, a volte troppo spesso dimenticata.

Oggi è il 1 maggio e di cuori eroici ne abbiamo tanti, partendo da tutto il personale medico sanitario che sta affrontando l’emergenza Covid-19.
Per loro oggi non è festa, come non lo è per le forze dell’ordine o per la protezione civile, per i volontari e per tutti quelli che anche oggi si stanno impegnando nel loro lavoro.

Oggi però la festa non è che non è per loro, ma è proprio che oggi, la festa non è di nessuno, e se ci fosse qualcosa da festeggiare in questa giornata sarebbero di certo le persone comuni, quelle che fanno numero ma non fanno notizia.

Oggi gli eroi che andrebbero festeggiati sono tutti quelli che vivono l’assenza di una quotidianità lavorativa e l’incertezza del lavoro futuro. Se prima era difficile arrivare a fine mese, oggi, la situazione del lavoro è una problematica che si tocca con mano.

Oggi non è una vera festa, ma oggi possiamo costruire delle basi che siano una certezza domani, come la sicurezza del lavoro, l’essere messi in regola, la divisione dei compiti sono fattori fondamentali per un lavoratore e li dobbiamo ripristinare.

Se ci pensiamo bene l’etimologia della parola lavoro è da ricondursi al latino labor = fatica. Che fatica è oggi il lavoro?

Questo 1 maggio passerà alla storia non per sciopero o per una protesta che vada a scalfire il muro dei diritti dei lavoratori con lotte che sanno di dignità, questo 1 maggio vede le braccia di quegli stessi lavoratori, che sono ferme lungo i fianchi, perché al momento, non sanno più da dove e come ricominciare a lavorare.

Oggi è festa, ma questa giornata passa con l’amaro in bocca perché al momento il modo in cui poter tornare a lavorare non è una possibilità per tutti. Oggi è festa di calendario, è festa per convenzione, perché da festeggiare ci sarà, se mai sarà, solo il giorno in cui il lavoro sarà ritrovato.

“Chi suda il salario”, cantava Rino Gaetano, oggi è più che mai attuale; che questa paga sia frutto di un lavoro subordinato o di un lavoro autonomo, in questo momento è traballante per i fatti sopracitati.
Ma non possiamo perdere le speranze.

Il cielo è sempre più blu, o quantomeno lo sarà.

Articolo scritto da Agnese Torre & Riccardo Susinno.

Amiamo l’Italia anche domani

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a numerose manifestazioni d’affetto per il nostro Paese: le serenate dai balconi, l’inno di Mameli trasmesso a reti unificate in tutte le radio, bandiere sventolate con orgoglio nelle terrazze e in generale un sentimento di solidarietà che ha invaso tutta la penisola.

Non eravamo più abituati a tanto patriottismo, ci mancava davvero quello spirito d’italianità che ci contraddistingue solitamente solo con i nostri azzurri del calcio e, probabilmente, tanti di quei tricolori svolazzanti portavano ancora addosso la polvere delle cantine da quell’ormai lontana estate del 2006, quando Marco Civoli ai microfoni Rai urlava emozionato “il cielo è azzurro sopra Berlino! Siamo campioni del Mondo!”.

Si sa che poche cose smuovono un popolo latino come il nostro, una è sicuramente il calcio, l’altro fattore lo stiamo conoscendo ora, e si chiama dolore. Il dolore che invade una nazione intera che, dopo la Cina, sperimenta per prima sulla propria pelle un sentimento di paura e immobilità che pian piano ha invaso prima il resto d’Europa, poi il mondo intero.

La vera domanda è: quanto durerà questa ritrovata unità nazionale che ci ha travolto improvvisamente?

Le continue lotte Nord-Sud e gli inutili campanilismi sono stati messi da parte per affrontare come fronte unito un nemico comune, che non fa distinzioni territoriali.

Anche una parte della politica sembra aver capito che gli interessi di un popolo vengono prima di quelli partitici, anche se, come sempre, ci sono delle eccezioni, ma noi non faremo nomi e cognomi.

Quando tutto sarà finito, perché prima o poi finirà, ci troveremo a raccogliere i cocci di una Nazione la cui economia è stata messa in ginocchio da qualcosa di più imponderabile di ciò che ha scatenato la crisi del 2008, qualcosa di strutturalmente diverso, che non significa necessariamente peggiore.

Perché allora è crollato un determinato tipo di sistema economico basato sui mutui subprime che, a catena, ha scatenato una spirale recessiva sempre peggiore anche fuori dagli USA.

In questo caso parliamo di una sospensione economica “forzata”, paragonabile a quella causata da una guerra, alla quale necessariamente seguirà una ripresa.

E quando ci sarà questa ripresa, noi dovremo esserci.
Parlo di noi rivolgendomi a tutti quei giovani che per primi hanno il dovere di credere in una Nazione che solo ora ha riscoperto l’unità e l’amore di un popolo che ha un enorme potenziale per dare di più e far vedere al resto d’Europa che le risorse umane non mancano. Perché è giusto valorizzare non solo le nostre bellezze culturali e paesaggistiche, ma anche le menti brillanti che ogni giorno vengono sfornate dalle università italiane.

Abbandoniamo definitivamente questo stereotipo prettamente italiano che vede nel mito esterofilo una promessa di successo, come se la soluzione a tutti i mali fosse scappare in un altro paese e lasciare la scuola che ci ha formato culturalmente, donandoci quella creatività, quell’estro e quel genio che ha reso l’Italia patria di Dante, Leonardo, Galileo, Alessandro Volta e Brunelleschi.

Certo, i problemi strutturali ci sono, nessuno lo nega, ma siamo sicuri che la soluzione sia lasciare che qualcun altro se ne occupi? Oppure spetta a noi rimboccarci le maniche e dare per primi l’esempio di una generazione che vuole essere ricordata per quella che ha avuto il coraggio di prendere per mano l’Italia e tirarla fuori dal guado della crisi scatenata dal Coronavirus?

Le eccellenze italiane non mancano, ma dovrebbero essere ancor più valorizzate ed essere guardate come esempio, piuttosto che prendere come punto di riferimento solo le Start Up della silicon valley.

La silicon valley italiana può essere la Lombardia, la Sicilia, la Toscana, il Veneto o l’Umbria; ogni regione, ogni comune, ogni frazione può essere la culla di qualcosa di importante se i primi a crederci siamo noi giovani.

E allora ben vengano le iniziative personali, le idee pazze, le idee improbabili, i progetti fatti con amici con l’idea di sbarcare il lunario, anche se potremmo fallire miseramente. Perché l’importante è rialzarsi ogni volta, credere ciecamente in ciò che si fa e non abbandonare gli obiettivi solo perché qualcuno dice che “in Italia non funziona niente”.

La verità è che in Italia non vogliamo far funzionare niente, perché è la scusa dei mediocri, di quelli che si arrendono e preferiscono dare la colpa a un sistema malato, facendo combattere qualcun altro contro i mulini a vento.

Il Coronavirus ce lo sta insegnando: otteniamo risultati solo se siamo uniti, se tutti agiamo con solidarietà e determinazione.

Quindi non ascoltiamo le cassandre della crisi, chi sputa nel piatto dove ha mangiato per una vita, prevedendo per le nuove generazioni un futuro di stenti dove l’unica soluzione possibile è fuggire, come i nostri bis-nonni con il mito dell’America.

Il mito è l’Italia, lo è sempre stato, non lo riconosciamo perché siamo sempre stati troppo impegnati a farci la guerra per una partita di pallone, a proclamare le indipendenze regionali o a riempirci la bocca con il populismo da social network.

Abbiamo un patrimonio immenso, una civiltà che tutto il mondo ci invidia e ora abbiamo anche dimostrato di poter essere anche un popolo davvero unito.

Dimostriamolo sempre, per davvero, prendiamoci per mano noi giovani per primi e senza guardare indietro puntiamo al futuro, mantenendo i piedi sulla terra del Paese più bello del mondo.

Articolo scritto da Andrea Caenazzo